Archive for the ‘Senza categoria’ Category

ultima spiaggia

venerdì, aprile 7th, 2006

“…nel pomeriggio abolirà anche la tassa sull’occupazione del suolo pubblico e quella sulla pubblicità, che sono le ultime tasse comunali, e prima di sera annuncerà anche l’abolizione del senso del ridicolo” – Sergio Cofferati

ora legale

giovedì, aprile 6th, 2006

Domenica scorsa, ti sei ricordato di cambiare l’ora?
Domenica prossima, ricordati di cambiare governo.
Se no di legale ci resta solo l’ora !!!

[credit]

e intanto…

giovedì, aprile 6th, 2006

“… i nostri ragazzi mandano in giro ingenui curriculum che nessuno leggerà, e accettano lo schiavismo bianco degli stage gratuiti (e ripetuti), noi abbiamo sprecato due mesi a discutere di tasse sugli interessi dei Bot di nuova emissione (12,5% o 20%)? Su un investimento di 30 mila euro, la differenza è 70 euro. Se un marziano — o, più semplicemente, un giornalista straniero — arrivasse in Italia, penserebbe che ci siamo bevuti il cervello….”

Beppe Severgnini – Corsera – 6 aprile 2006

[coming out] update

mercoledì, aprile 5th, 2006

13:26 Va a ruba la spilletta “sono un coglione”

A piazza Fontana di Trevi, a Roma, questa mattina quasi tutti sono ‘coglioni’. E sono anche, dicono loro, “contenti di esserlo”. Così contenti da portarlo scritto in bella vista: su un badge appeso al taschino, alla borsa, al colletto della camicia, messo in vendita da una militante dell’Ulivo e andato subito a ruba.

coming out

martedì, aprile 4th, 2006

sonounacoglionanch’io

«…Il suo problema è che raramente sa di che cosa si sta parlando. Però ne parla lo stesso, e questo, da sempre, è la freccia più acuminata nell’arco dei suoi avversari.»
Michele Serra

Adotta il voto di un immigrato

giovedì, marzo 23rd, 2006

Fra poche settimane i cittadini italiani saranno chiamati a votare il nuovo governo. Circa 3 milioni di stranieri regolarmente residenti in Italia non lo potranno invece fare, nonostante rappresentino il 9% della forza lavoro, paghino tasse e contributi e/o investano soldi in Italia contribuendo alla crescita di questo paese. Per la Destra essi si materializzano solo quando fanno la fila per tre giorni davanti agli uffici postali. Di conseguenza, non è loro permesso esprimere un’opinione non solo sull’operato del governo del paese dove si dipanano le loro vite, dove investono i loro soldi, dove sognano un futuro, ma non potranno nemmeno rispondere, con lo strumento del voto, a chi li offende quotidianamente e gratuitamente. I cittadini italiani però lo possono fare. Per se stessi, innanzitutto. Ma anche per i loro vicini di casa o per i loro colleghi di lavoro stranieri che vivono nello stesso paese, svolgono gli stessi lavori, pagano le stesse tasse, aiutano i propri familiari nei paesi di origine mentre subiscono ogni tipo di insulto e di angheria, ogni tipo di ricatto e di sfruttamento garantito e perpetuato da leggi che i cittadini italiani stessi possono cambiare. La possibilità di ritrovarsi per altri cinque anni alla mercé della Lega e delle svariate espressioni neofasciste che sono confluite ultimamente nella coalizione della Destra, mi riempie di orrore per le nostre esistenze, i nostri investimenti materiali e affettivi e il nostro stesso diritto alla vita in questo paese. Ma quello che mi preoccupa ancora di più è vedere alcuni cittadini italiani – di sinistra o vicini ai suoi ideali – esternare la loro volontà di astenersi dal voto mentre intere popolazioni vengono bombardate dalle Destre proprio con la scusa di regalare loro questo diritto. L’astensione è una prospettiva orribile per chi deve subire una miriade di provvedimenti e di esternazioni a dir poco umilianti senza possibilità di cambiare le cose in meglio per sé stesso e per tutti. Ritengo che le idee espresse nel programma dell’Unione in materia di immigrazione siano un balsamo capace di lenire ferite che rischiano di incancrenirsi irrimediabilmente. Quindi, cari amici italiani, se non volete votare per voi stessi, fatelo almeno per noi. Se non avete a cuore i vostri interessi, abbiate pietà almeno delle nostre esistenze, della nostra dignità umana calpestata ogni santo giorno. Adottate i nostri voti e quelli dei nostri figli. Andate a votare, per il bene dell’Italia.
Sherif El Sebaie, Il Manifesto, P.12

Per aderire alla campagna “Adotta il voto di un immigrato”, si può ripubblicare il testo della sopra riportata “Lettera agli italiani” pubblicata martedi 21 marzo 2005 (giornata mondiale contro il razzismo), ripubblicare la vignetta di Mauro Biani o esporre – sui propri siti e blog – il banner della campagna

Mimose? No grazie

mercoledì, marzo 8th, 2006

di ClaraSereni

Spero proprio che qualche bella mente non pensi, oggi, di regalarmi la mimosa. Via via che gli anni passano, attorno all’8 marzo mi si addensa un agglomerato di rabbia impotente che non lascia alcuno spazio a festeggiamenti, e nemmeno alle cene allegramente separate che per molto tempo hanno connotato le donne italiane, e anche me.
Per non dire degli spogliarelli maschili che, in una certa fase, hanno raccolto in balere e discoteche un successo che non mi ha mai entusiasmato, ma che pure segnava un tentativo divertito di rovesciare il mondo, perché non fosse più a misura soltanto di maschi.

Credo sia inutile enumerare le tante ragioni che mi rendono rabbiosa e impotente: chiunque legga i giornali sa del deficit di democrazia che l’Italia patisce per la percentuale vergognosa con cui le donne sono presenti nelle stanze dei bottoni, siano esse istituzionali o delle imprese, ed è di questi giorni la notizia (la conferma) che nel mondo la povertà ha il volto delle donne. I dati sul lavoro (o sulla disoccupazione) femminile restano inquietanti da noi, dove pure notoriamente le donne studiano e si formano di più e meglio, e non fanno primavera nel mondo le donne (si chiamino Merkel o Bachelet) che giungono alla guida di nazioni pur importanti.
L’elenco potrebbe continuare. Mentre non si vedono, all’orizzonte, grandi ragioni di ottimismo: la grande spinta di libertà femminile che ha attraversato l’Occidente e non solo fra gli anni Sessanta e Settanta sembra sepolta sotto le macerie di un mainstreaming di cui molto si è parlato, ma che non sembra poi aver inciso concretamente sulla vita delle persone.

In tale sconfortante panorama, forse non è strano che anche chi degli anni “forti” è stata protagonista oggi ne rimuova gli aspetti positivi permanenti, quelli che comunque hanno cambiato alla radice il costume del nostro e di altri Paesi. Penso ad esempio ad Anna Bravo, e ad un suo articolo (Repubblica, 4 marzo) in cui la libertà femminile di procreare o no, inedita e precaria fino all’avvento della pillola, scompare, e quel che resta è soltanto il ricatto maschile che sulla nostra sessualità, non sempre e non in tutti i casi, ha continuato ad esercitarsi.
Non è vero che niente è rimasto, che tutto si è perduto, che non ne valeva la pena. Non è vero che ogni diritto conquistato ci si è ritorto contro, o ha perso di valore. Fra mille contraddizioni, e con tutte le difficoltà legate ad ogni «passaggio di testimone», quella libertà e quei diritti li abbiamo trasmessi alle nostre figlie, a chi è venuta dopo di noi. Come abbiamo trasmesso ai maschi, figli o no, un approccio al lavoro di cura, e dunque alla convivenza, che tenta di essere diverso dal passato.

Non sempre ne hanno fatto e ne fanno buon uso, gli uni e le altre: perché ogni generazione ha bisogno di comportarsi in maniera diversa dalla precedente, e perché la rivoluzione non si fa in un giorno o in una generazione. Tanto più quando Aids e droga modificano il panorama della sessualità, innervandolo di violenza e di morte. Ma non sono certamente più come noi eravamo, donne e uomini nella prigione di tabù che oggi si fatica perfino a ricordare, pur nei nuovi integralismi che si fanno avanti con prepotenza.

Volevamo cambiare il privato, e il privato è cambiato: anche se i cambiamenti non sempre ci piacciono. Quello che non siamo riuscite a fare è la saldatura fra privato e politico che era nei nostri slogan, e che proprio non si è realizzata. Chi si è trovata a interpretare ruoli pubblici, di un tipo o dell’altro, ha dovuto vestire panni maschili, oppure – in alternativa ma non tanto – panni che ai maschi andassero molto a genio. Come si dice, il privato non è entrato, se non accidentalmente, nell’agenda della politica.
Eppure siamo cambiate, in profondità. E la società è cambiata, ben più di quanto non sia riuscita a cambiare noi. Per questo, se mi regalassero una mimosa, credo che la butterei via subito con stizza: ma non la porterei certo al cimitero, fra le tombe delle speranze e delle ambizioni. Perché resto convinta che quel rinnovamento profondo di cui la politica, il nostro Paese, il mondo intero ha bisogno, senza le donne non è possibile farlo.
Questo dobbiamo ricordarcelo in ogni momento noi, le donne di ieri e di oggi: senza perdere la speranza che anche qualche maschio si arrenda finalmente alla realtà, e cominci a cambiare anche lui. Di testa e di pancia.
Fra le lenzuola, davanti al lavello, a fare la spesa, e nell’arena della politica.
Non per generosità: per un po’ di intelligenza. Perché nel mondo così com’è le donne sono e restano povere, umiliate, coartate. Ma neanche gli uomini, a dir la verità, ci vivono molto bene.

La legge 194? Non si tocca

mercoledì, gennaio 25th, 2006

Lo dice l’indagine della Camera (L’Unita’)

l’avevo pensato, ieri

martedì, gennaio 17th, 2006

e l’avevo pure detto alla persona con cui divido la vita

«domani escono i sondaggi della settimana: se, come penso, il polverone tirato su dal banana non gli giova, lui la pianta»

detto e fatto, mentre il cavaliere mascarato, oggi, si tace

ps: peraltro, che non gli giovasse era ovvio: accuse cosi’ becere hanno solo ricompattato il fronte centrosinistro, mentre non scandalizzano nessuno dei suoi elettori; “superiorita’ morale” magari no, ma “vive la difference”! quella si’, perdio (e per fortuna)

Ritorno al passato

sabato, gennaio 14th, 2006

[di Natalia Aspesi – Repubblica]

SI ritorna in piazza, oggi a Milano, “per uscire dal silenzio”, un po´ consunte e amareggiate, persino stupite di ritrovarsi al punto di partenza di tanti anni fa: e per fortuna che l´entusiasmo arriva dalle giovani, quelle che solo adesso approdano alle manifestazioni di autodifesa, perché si stanno rendendo conto della grande fregatura che potrebbero subire.
Una fregatura documentata da una esperienza storica millenaria: e cioè che ogni conquista faticata delle donne, come di ogni altro soggetto sociale privo di autentico potere, non è mai definitiva, ma è una specie di parentesi, una tregua armata mercanteggiata quando era inevitabile, concessa per illuderle, zittirle, in attesa di rimetterle al loro posto, che in questo caso, trattandosi dell´interruzione di gravidanza, è quello delle assassine. L´altra sera a “l´Infedele”, partendo dalla manifestazione milanese, si doveva parlare tra intellettuali ed esperti, quindi ai massimi livelli, della 194; «un tema controverso e delicato che ci divide e divide anche noi stessi», ha precisato il conduttore Gad Lerner.
E come si fa da decenni, anzi da secoli, si è finito per discutere e talvolta vaneggiare sull´ irrisolvibile quesito: l´embrione ha l´anima, e da quando? E´ persona umana? E comunque, quando lo diventa: nel momento stesso del concepimento, quando sinceramente lo zigote è l´ultima cosa a cui i suoi eventuali ignari genitori pensano, impegnati come sono in altre meno filosofiche e pur molto impegnative emozioni? Oppure, come discutevano in passato Chiesa, santi, scienziati e re, l´anima si accasa nell´infante tre giorni o quaranta giorni dopo la nascita, oppure solo dopo il battesimo? In questo caso, tanto per fare un po´ di Storia, era normale che se durante il parto il bambino, in tempi più pii e spicci di oggi, rischiava di morire, per evitargli l´orrore del limbo, medici ma anche sacerdoti aprivano gagliardamente la pancia che lo conteneva e lo battezzavano, per permettergli di morire cristiano prima ancora di respirare, ovviamente assieme alla incolpevole mamma squarciata e forse destinata all´inferno. Solo le signore anziane ricordano lo spavento provato da piccine quando veniva loro raccontato come, quando ancora capitava che in un parto pericoloso era necessario scegliere se salvare la madre o il bambino, la decisione era affidato al marito, il quale santamente spesso sceglieva il bambino. Arrivati nell´angoscioso dibattito all´aberrazione di equiparare aborto e Olocausto, (“insomma non proprio ma quasi”), con Lerner a quel punto giustamente fuori di sé, si è definitivamente chiarita ancora una volta la natura criminale delle donne schierate nella difesa della legge che consente l´interruzione di gravidanza. E´ una storia vecchia, che risale a non si sa quando, Eva ne sapeva già qualcosa, i cenobiti della Tebaide poi ne erano i massimi cultori: la natura diabolica delle donne ha consentito di farle fuori (tuttora, in certi paesi) ogni volta che era possibile per il bene loro e del mondo. E´ stato Ceronetti, trent´anni fa, con un memorabile articolo, a dare corpo con la sua drammatica ironia alla visione horror di chi pregava per la vita: gli uomini vivono circondati da assassine, un´assassina li ama, un´assassina cura i loro figli, un´assassina rifà i loro letti ogni mattina, assassine sono il loro avvocato, il loro medico, la loro segretaria. Poco tempo fa la neocon Lucetta Scaraffia sul Corriere della Sera ha parlato della “irruzione dell´aborto nella sfera della legalità”, che è una bella immagine di spavalda violenza (da parte dell´aborto). E anche l´altra sera si percepiva la stessa spavalda violenza, questa volta però da parte di chi vuole salvare lo zigote e la sua anima dall´irresponsabile contenitore femmina, per fare irrompere l´aborto nella sfera della clandestinità, in quel buio, in quell´ombra, in quel silenzio, in quella ipocrisia, dove la donna torna ad essere una criminale, un corpo colpevole di peccato e reato, una che va punita col rischio della vita, con la percezione della sua illegalità, con l´orrore di sé. All´Infedele gli schieramenti erano particolarmente inusuali ed efficaci: uomo contro uomo, donne contro donne. Un sommo storico della Normale di Pisa, elegante ed educato, autore di un magnifico libro, “Dare l´anima, storia di un infanticidio”, Adriano Prosperi, si limitava a scuotere la testa disperato per l´arroganza del ministro dei Beni culturali e filosofo Rocco Buttiglione. Che con quel suo bizzarro sorriso di irresponsabile superiorità e l´improntitudine marca CdL, si inventava sue teorie tacciando di inesattezza e falsità il grande studioso: chissà perché poi, visto che si parlava di infanticidio e non di aborto, e di orrori avvenuti secoli fa. Tra le signore, da una parte c´era il nuovo tipo di crociata cristiana, graziosa, colta, elegante, sorridente, pacata, appassionata di modernità, soavemente integralista: Marina Casini, figlia di quel celebre magistrato Carlo che negli anni ´70 terrorizzava chi manifestava per ottenere la legalizzazione dell´interruzione di gravidanza e tuttora è presidente del Movimento per la Vita: con lei la ginecologa all´ospedale di Monza Patrizia Vergani, ciellina dall´aria punitiva malgrado la leggiadra lunga trecciona bionda, che si vantava tra l´altro della somma capacità di gestire la sua sessualità, tanto da non offendere nessun precetto cristiano. Dall´altra tre grandi signore di un tempo anche se ancora giovani, tra quelle che non si sono risvegliate clericali: oggi appassionate e immalinconite, impreparate al nuovo stile avversario, minaccioso e trionfante, eppure così sapienti, così generose, e per questo forse così antiche e inascoltate: la sociologa Chiara Saraceno, le storiche Gianna Pomata e Anna Bravo, colei che “non affatto pentita” delle battaglie della giovinezza si è recentemente posta il problema di quanto allora si era ignorato, l´eventuale sofferenza del feto, la violenza dell´aborto. Ci deve essere una scuola speciale per insegnare all´esercito di chi, politico o scienziato o studioso o bella signora, milita nella destra integralista e liberista e si è gloriosamente impegnato a vincere le elezioni e a azzerare le libertà secondo la visione predicata da Ruini e da Pera. Non lasciano parlare, spostano sempre la discussione sui massimi sistemi eliminando la realtà, le persone, la vita, oltraggiando l´intelligenza con valanghe di percentuali incontrollabili e caotiche (esemplare il premier nello snocciolare sui suoi affranti e ammutoliti avversari “il 47,9% del 12,3% significa una diminuzione dell´8,24%” non si sa più di che cosa).
Malgrado la capacità e l´esperienza di Lerner sono rimaste nell´ombra, nel buio, le donne che oggi vivono il dramma personale dell´aborto senza doversi, per ora, sentire criminali; quell´ombra, quel buio evocato da Prosperi, in cui nei secoli le donne hanno vissuto come una colpa le loro tragedie e la spossessione del loro corpo continuamente indagato e controllato dalle autorità religiose e secolari. Sole, come sempre, perché nel confronto di idee, a nessuno è venuto in mente di chiamare in causa anche gli uomini, che pure hanno una certa partecipazione e responsabilità nel concepimento. Come un tempo quando se non gli garbava, se ne lavavano le mani, essendo la “colpa” esclusivamente di quella peccatrice della donna. Poi si sa, con un certo fastidio, si sono prospettate eventuali elemosine per i mesi della gravidanza, come se si rinunciasse a un figlio solo per una contingente mancanza di spiccioli: e dopo? Piacerebbe chiedere al professor Buttiglione che lacrima su non so quanti milioni di bambini non nati, se il suo governo, qualsiasi governo, lui stesso, sarebbe stato, sia, in grado di sostenere una simile bomba demografica, generosamente aiutando le madri, le famiglie, a tirarli grandi quei bambini, ad amarli, a educarli, a vestirli, a dargli una casa, una scuola, una assistenza sanitaria, insomma un futuro: quando almeno in questa legislatura, non si riesce a farlo con chi già c´è.